Le istiocitosi rappresentano un gruppo eterogeneo di neoplasie mieloidi clonali caratterizzate dall’accumulo patologico di cellule istiocitarie nei tessuti. Sono principalmente classificate in forme a cellule di Langerhans (LCH) e forme non-Langerhans, tra cui la malattia di Erdheim-Chester (ECD) e possono manifestarsi a qualsiasi età, con un picco nella prima infanzia.
L’esperienza maturata in ambito pediatrico ha permesso di classificare la LCH in forme monosistemiche (SS-LCH) o multisistemiche (MS-LCH) in base al numero di organi coinvolti, orientando così l’approccio terapeutico. La terapia sistemica è indicata nelle forme multisistemiche e in specifiche localizzazioni a rischio, quali il coinvolgimento osseo multifocale, cranio-facciale o del sistema nervoso centrale (SNC) (1). Il trattamento di prima linea prevede vinblastina associata a prednisone, con una fase di induzione seguita da mantenimento fino a 12 mesi. Nei casi refrattari o con compromissione d’organo severa si ricorre a farmaci di seconda linea come citarabina o cladribina. Tuttavia, la comprensione dei meccanismi molecolari ha profondamente modificato lo scenario terapeutico (1). Infatti, la scoperta di mutazioni attivanti della via MAPK/ERK, in particolare della mutazione BRAF V600E, presente in oltre il 50% dei pazienti con LCH ed ECD e associata a forme più aggressive, ha fornito il razionale per l’impiego degli inibitori di BRAF (vemurafenib, dabrafenib) e di MEK (trametinib, cobimetinib) (Fig.1) (1,2).
Gli inibitori di BRAF hanno dimostrato elevata efficacia: nello studio VE-BASKET, condotto su adulti con LCH ed ECD, vemurafenib ha ottenuto un tasso di risposta obiettiva del 61,5%, con sopravvivenza libera da progressione superiore all’80% a oltre due anni di follow-up (3).
In ambito pediatrico, il trattamento con inibitori di BRAF ha dimostrato tassi di risposta elevati, superiori al 90%, con una rapida e significativa riduzione dell’attività di malattia (Fig. 2) (4).

Tuttavia, la sospensione del trattamento è frequentemente associata a recidiva, suggerendo un controllo funzionale più che un’eradicazione del clone patologico (5).
Circa la metà dei pazienti è priva della mutazione BRAF V600E ma presenta altre mutazioni attivanti della via MAPK: gli inibitori di MEK, pertanto, rappresentano una strategia terapeutica razionale, agendo a valle del pathway indipendentemente dal tipo di mutazione (6).
In uno studio di fase II condotto negli Stati Uniti, che ha arruolato 35 pazienti, il trattamento con cobimetinib ha determinato un tasso di risposta globale dell’89%, con risposte rapide (tempo mediano di circa 3 mesi) e coinvolgenti tutte le sedi di malattia, incluso il SNC (Fig. 3) (2). La durata del beneficio è risultata particolarmente rilevante: a un anno di follow-up, il 94% dei pazienti era libero da progressione, senza evidenza di resistenze acquisite e indipendentemente dal tipo di mutazione della via MAPK.

Gli inibitori di BRAF e MEK sono generalmente ben tollerati, ma associati a eventi avversi quali tossicità cutanee, diarrea, artralgie, affaticamento, ipertensione e, per i MEK inibitori, possibile riduzione della frazione di eiezione ventricolare. Nella pratica clinica, la gestione delle tossicità prevede frequentemente riduzioni di dose o aggiustamenti posologici, che consentono di migliorare la tollerabilità mantenendo l’efficacia terapeutica (5).
Nel complesso, questi farmaci hanno trasformato la storia naturale delle istiocitosi, rendendole patologie potenzialmente controllabili a lungo termine. Restano aperte alcune sfide, tra cui la durata ottimale del trattamento, la gestione delle recidive e il ruolo di strategie combinatorie o sequenziali.
Parallelamente, sono in fase di studio nuovi target molecolari, come CSF1R, che potrebbero ampliare ulteriormente le opzioni terapeutiche nei casi refrattari o privi di mutazioni MAPK (1).
L’evoluzione del trattamento farmacologico delle istiocitosi rappresenta un esempio di medicina di precisione nelle malattie rare. L’introduzione degli inibitori di BRAF e MEK ha consentito livelli di risposta e di controllo di malattia senza precedenti nella LCH e nell’ECD. Un approccio terapeutico personalizzato, basato sul profilo molecolare e sull’estensione di malattia, appare oggi essenziale per ottimizzare i risultati clinici e migliorare la qualità di vita dei pazienti.