Il mielomeningocele (MMC), o spina bifida aperta, è una malformazione congenita causata dalla mancata chiusura del tubo neurale entro il 28° giorno di gestazione. Il difetto determina l'erniazione del midollo spinale e delle meningi attraverso un difetto dell’arco vertebrale. Anatomicamente, la dura madre si fonde con il derma e la pia madre con l’epidermide, formando il cosiddetto placode neurale (Fig. 1) (1).
La localizzazione più frequente del MMC è quella lombare. Il grado di compromissione neurologica che ne deriva aumenta quanto più il difetto è craniale. La presentazione clinica comprende deficit sensitivo-motori degli arti inferiori, disfunzioni sfinteriche (vescicali e intestinali), disfunzioni sessuali e possibili alterazioni neurocognitive (1).
L’eziologia, non ancora del tutto chiarita, è multifattoriale e coinvolge fattori genetici ed ambientali (1). L’assunzione periconcezionale di acido folico riduce l’incidenza dei difetti del tubo neurale di circa il 30%, per questo molti Paesi hanno avviato politiche di prevenzione tramite la supplementazione prima e durante la gravidanza.
Gli esiti neurologici del MMC sono spiegati, secondo la teoria più condivisa, dal meccanismo del doppio danno (two-hit) (2):
A quanto descritto si associa la perdita continua del liquido cerebrospinale (CSF) per fuoriuscita attraverso il placode. Questo crea un gradiente di aspirazione verso il basso che determina erniazione del romboencefalo nel canale cervicale (malformazione Chiari II).
Questo quadro si associa in genere ad insorgenza di idrocefalo (1-3).
La diagnosi si avvale di:
Il mielomeningocele non è una condizione letale e l’introduzione di un trattamento che incrementa il rischio di prematurità da rottura pre-travaglio delle membrane (PROM), rottura uterina e, nei casi più estremi, morte intrauterina fetale, è stata oggetto di dibattito etico oltre che clinico.
Il razionale della chirurgia fetale è legato al meccanismo sottostante il danno neurologico. In particolare, gli obiettivi sono (2,4):
I tempi della riparazione chirurgica sono gli stessi a prescindere dall’approccio scelto.
Il primo è la separazione, a livello del placode, dell’area di fusione tra la dura madre e il derma e l’interposizione di un patch biocompatibile a copertura del difetto. Segue la ricostruzione degli strati sovrastanti mediante sutura primaria (Fig. 2), se le dimensioni del difetto lo consentono, oppure un secondo patch di materiale biocompatibile o inerte (Gore-Tex®) (5).
Si utilizza sempre l’ecografia intraoperatoria per identificare la sede della placenta e del cordone ombelicale, la posizione e l’orientamento del feto, limitando il rischio di danni al feto guidando la sede dell’isterotomia e il posizionamento dei trocar.
Sono descritti 3 approcci chirurgici (5,6):
Lo studio clinico randomizzato MOMS ha dimostrato i vantaggi della chirurgia laparo-isterotomica in utero rispetto alla correzione post-natale (7):
I risultati incoraggianti hanno portato alla interruzione anticipata dello studio dopo il reclutamento di 183 pazienti su un totale originariamente previsto di 200 (7).
L’approccio fetale non è privo di rischi e conseguenze sul decorso della gravidanza (6,7) ed è stata documentata un’incidenza del 38% di induzione pretermine del travaglio (PROM), con età gestazionale media alla nascita di 34 settimane (7). Altri rischi del trattamento fetale sono: distacco di placenta, rottura uterina e morte intrauterina del feto (7).
Questi rischi sono indubbiamente connessi all’impatto della chirurgia invasiva sulla parete uterina.
Per ridurre i rischi ostetrici legati all’isterotomia, si sono affermate le tecniche fetoscopiche.
Il trial CECAM e l'esperienza italiana del Policlinico di Milano hanno confermato l'efficacia della riparazione fetoscopica (con patch in biocellulosa) nel risolvere l'erniazione del romboencefalo, abbattendo le complicanze intrauterine e consentendo la ripresa del parto vaginale (6,9,10). L’incidenza di PROM e prematurità è rimasta tuttavia molto elevata, e resta una sfida aperta della ricerca futura, perfezionando ad esempio le tecniche di sigillatura delle membrane amniotiche (6,9,10).
Trattandosi di procedure complesse, devono essere riservate a centri altamente specializzati con un team multidisciplinare dedicato (6).
La chirurgia fetale del mielomeningocele rappresenta uno dei successi più straordinari della medicina prenatale moderna, considerando gli effetti della chiusura precoce del difetto sull’outcome funzionale di una patologia pesantemente invalidante (in particolare il radicale miglioramento della prognosi neurologica motoria) (6,7). Nonostante i rischi e le implicazioni, che vanno attentamente ponderati e prospettati ai genitori, la chirurgia fetale rappresenta una proposta valida in pazienti con spina bifida (6,7).
Bibliografia