27/05/2022
Un nuovo protocollo di terapia genica con cellule staminali sfrutta la tecnologia mRNA per evitare la somministrazione di chemioterapia
In uno studio (1) appena pubblicato un gruppo di ricercatori dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-Tiget) ha mostrato come abbattere una delle più importanti barriere che limitano l’applicazione del trapianto di cellule staminali in terapia genica, ovvero la necessità di somministrare farmaci chemioterapici prima di infondere le cellule corrette nei pazienti.
Nel lavoro i ricercatori dell’SR-Tiget hanno combinato approcci molecolari e tecniche innovative basate sull’RNA messaggero, ottenendo un nuovo protocollo terapeutico, per ora ancora sperimentale, più sicuro e meno debilitante, che promette di ampliare il numero di pazienti e di malattie per cui la terapia genica potrebbe costituire un’opzione.
“I risultati ottenuti rappresentano un traguardo importante per le applicazioni di terapia genica basata sulle cellule staminali del sangue e spianano la strada verso regimi terapeutici che non prevedano più l’impiego di chemio o radio-terapia, minimizzando gli effetti collaterali a breve e a lungo termine causati dall’elevata tossicità di questi trattamenti”, commenta Luigi Naldini, direttore di SR-Tiget e professore ordinario di Istologia e di Terapia genica e Cellulare presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
Nel contesto delle malattie ematologiche, un tipico protocollo di terapia genica prevede 3 fasi, intervallate anche da parecchi giorni:
Bisogna, quindi, eliminare le cellule staminali portatrici della mutazione patologica che sono rimaste nel paziente e nel frattempo hanno rioccupato tutta la nicchia. Per farlo si deve ricorrere a dei protocolli di condizionamento, a base di chemioterapia o di radioterapia che, come tutti i trattamenti di questo tipo, sono associati a un’elevata tossicità: sia acuta (danni alle mucose, alto rischio di infezioni talvolta anche letali) che a lungo termine (danni agli organi, secondi tumori, sterilità).
Questi protocolli vengono quindi:
Quest’ultimo passaggio rappresenta quindi la barriera principale a un utilizzo più ampio e sicuro delle cellule staminali in terapia: il suo eventuale superamento rappresenta da molti anni il miraggio di molte ricerche sperimentali.
“Nel nostro lavoro abbiamo dimostrato come i farmaci impiegati per la mobilizzazione, se utilizzati massimizzandone l’efficacia, possono da soli creare, in una finestra temporale ristretta, lo spazio sufficiente nel midollo osseo necessario all’attecchimento delle cellule staminali corrette, senza l’impiego di regimi di chemio o radioterapia”, spiega Attya Omer Javed, prima autrice dello studio.
L’idea alla base della scoperta è quella di mettere in competizione tra loro le cellule corrette con quelle residenti e ancora portatrici della mutazione, rendendo più difficile a queste ultime e più facile alle prime ripopolare la nicchia staminale all’interno del midollo.
Il primo passo è stato sfruttare appieno il trattamento di mobilizzazione: per poter funzionare, questo trattamento danneggia le proteine di superficie che le cellule staminali del sangue usano per ancorarsi all’interno del midollo, ma i ricercatori hanno osservato che queste ‘proteine-ancora’ vengono efficacemente ricostituite nelle cellule corrette durante la fase di coltura in laboratorio.
Se reinfuse al picco di un trattamento di mobilizzazione, le cellule corrette hanno quindi un vantaggio nell’occupare la nicchia rispetto a quelle appena esposte al trattamento. Per potenziare ulteriormente il loro vantaggio, i ricercatori hanno pensato di utilizzare la tecnologia a RNA messaggero e favorire una espressione superiore a quella fisiologica, ma pur sempre temporanea, delle proteine-ancora.
“Abbiamo iniziato a testare l’utilizzo di RNA messaggero per promuovere l’espressione temporanea di un gene ancora prima dello sviluppo dei moderni vaccini a mRNA. Ora, forti degli straordinari risultati in termini di efficacia e sicurezza nei vaccini, possiamo sperare in una transizione più rapida in clinica”, spiega Naldini.
Utilizzando cellule di donatori sani, pazienti e modelli animali, il gruppo di ricerca ha dimostrato l’efficacia terapeutica del nuovo protocollo di trapianto accoppiato a mobilizzazione in un modello animale di immunodeficienza primaria. Il risultato è la ricostituzione di una risposta immunitaria funzionale senza alcun bisogno di condizionamento. Successivamente, applicando il protocollo in un modello sperimentale con cellule staminali umane, ne hanno dimostrato la versatilità di applicazione nel contesto delle procedure di trasferimento genico con vettori lentivirali o di editing genetico con CRISPR, aprendo la strada ad un prossimo sviluppo clinico.
“Se l’efficienza di scambio ottenuta dopo potenziamento transitorio delle cellule geneticamente corrette negli esperimenti appena descritti fosse replicata nell’uomo, potrebbe risultare efficace per il trattamento di numerose malattie genetiche, dalle immunodeficienze primarie ad anemie ereditarie e malattie da accumulo, e non solo, aprendo nuovi orizzonti di applicazione per le moderne tecniche di terapia genica e cellulare”, conclude Naldini.
1. Omer-Javed A, et al. Mobilization-based chemotherapy-free engraftment of gene-edited human hematopoietic stem cells. Cell. 2022;185, 1–17.

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